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Dalla sopravvivenza alla scoperta di sé, con il trekking.


Come si è evoluto il trekking nel tempo. Perché il trekking è ancora più importante oggi di Simona Gotta


Quando mi chiedono come sia cambiato il trekking nel tempo, di solito sorrido.

Perché la verità è semplice:non è il camminare ad essere cambiato. Siamo cambiati noi.

Per gran parte della storia dell’umanità, camminare non era un hobby. Non era uno sport. Non era nemmeno una scelta. Era necessità. Si camminava perché non esisteva alternativa. I pastori si spostavano con le greggi. I contadini attraversavano le colline per raggiungere i mercati. I messaggeri portavano notizie a piedi. I pellegrini seguivano rotte non per svago, ma per fede.

I sentieri esistevano molto prima che esistesse la parola “trekking”. Erano linee tracciate dalla sopravvivenza. trekking



Perché si camminava nel passato

Trekking, ieri e oggi
trekking, ieri e oggi


Nell’Europa rurale, comprese le colline del Nord Italia dove lavoro, i percorsi che oggi utilizziamo per le escursioni erano un tempo arterie economiche. Le vie del sale collegavano l’entroterra ai commerci costieri. I sentieri nei boschi permettevano a carbonai e boscaioli di raggiungere zone isolate. I vignaioli salivano ogni giorno sui terrazzamenti ripidi, non per ammirare il panorama, ma per lavorare.

Non c’era romanticismo nel camminare.La distanza si misurava nella fatica, non nei chilometri.

Anche i percorsi di pellegrinaggio — che oggi consideriamo tra le prime forme di trekking a lunga distanza — erano atti di devozione, penitenza o necessità. Camminare aveva un significato spirituale, ma raramente era comodo.

In molte regioni, gli stessi gradini in pietra che oggi gli escursionisti fotografano sono stati consumati da generazioni che non avevano altro modo per muoversi nel territorio.



Quando il camminare è diventato una scelta

L’idea di camminare per piacere è relativamente recente.

Tra il XVIII e il XIX secolo, soprattutto in Gran Bretagna e in parte dell’Europa, paesaggi un tempo considerati ostili o inutili iniziarono ad essere apprezzati per la loro bellezza. Le montagne non erano più ostacoli: diventavano mete. Scrittori e naturalisti iniziarono a descrivere l’impatto emotivo dei paesaggi.

Il camminare si trasformò lentamente da lavoro a contemplazione.

Nel XX secolo nacquero i primi club escursionistici organizzati. I sentieri vennero segnalati. Le mappe stampate non servivano più solo ai mercanti, ma agli esploratori del proprio tempo libero. Il trekking iniziò ad assumere un significato diverso: non più sopravvivenza, ma connessione.

trekking


Dalla mappa cartacea al satellite


 nuove tecnologie a supporto del trekking
nuove tecnologie a supporto del trekking

Quando ho iniziato a fare la guida, più di vent’anni fa, la mappa di carta piegata nello zaino era ancora lo strumento principale. Si imparava a leggere le curve di livello, a interpretare le pendenze, le esposizioni, le sorgenti d’acqua. Si memorizzava il territorio. Ci si fidava dell’esperienza.

La bussola era essenziale. I primi dispositivi GPS erano rari e spesso imprecisi.

Oggi i satelliti tracciano la nostra posizione con margini di errore minimi. Le mappe digitali mostrano profili altimetrici in tempo reale. Le previsioni meteo si aggiornano continuamente. Le coordinate di emergenza possono essere condivise con un semplice gesto.

La tecnologia ha ridotto l’incertezza e, in molti casi, aumentato la sicurezza. Come guide, oggi uniamo l’orientamento tradizionale ai sistemi satellitari, al tracciamento digitale e alla comunicazione in tempo reale.

Ma c’è qualcosa che non è cambiato:nessun satellite sostituisce il giudizio.

Saper leggere il terreno, capire quando il tempo sta cambiando, riconoscere la stanchezza di un gruppo — queste competenze non si scaricano da un’app.

La tecnologia sostiene il trekking. Non lo sostituisce.



L’evoluzione della sicurezza e dei soccorsi

In passato, un incidente in montagna o nelle colline poteva significare isolamento. I soccorsi erano lenti, incerti, talvolta impossibili.

Oggi le squadre di soccorso alpino sono altamente preparate e coordinate. Gli elicotteri raggiungono rapidamente zone remote. I protocolli di emergenza sono strutturati e professionali. Le reti di comunicazione sono più affidabili.

Le guide sono formate non solo nell’orientamento, ma anche nel primo soccorso, nella valutazione del rischio e nella gestione delle emergenze. La cultura della sicurezza è maturata. Il trekking non è più un’attività in cui il rischio viene romanticizzato: è gestito con competenza.

Questo cambiamento ha permesso a molte più persone di avvicinarsi al cammino con maggiore fiducia.



Cosa abbiamo scoperto oggi sul trekking

L’evoluzione più importante non è tecnologica, ma scientifica.

La ricerca moderna ha confermato ciò che molte culture tradizionali intuivano da sempre: camminare fa profondamente bene.

Il trekking regolare:

  • migliora la funzionalità cardiovascolare

  • riduce gli ormoni dello stress

  • rafforza muscoli e articolazioni

  • migliora la concentrazione

  • favorisce l’equilibrio emotivo

Il tempo trascorso nella natura è associato a livelli più bassi di ansia, migliore qualità del sonno e maggiore stabilità mentale. Camminare su terreni irregolari attiva muscoli e sistemi di coordinazione che la vita sedentaria moderna tende a indebolire.

Ma oltre ai benefici misurabili, il trekking restituisce qualcosa di più sottile: la prospettiva.

Camminando per ore, i pensieri si riorganizzano. I problemi si ridimensionano. Il tempo rallenta. Il ritmo dei passi regola il respiro e, con esso, la mente.

Oggi parliamo di “benessere”, “mindfulness”, “salute mentale”. Eppure il camminare offre questi benefici da secoli.



Perché il trekking è ancora più importante oggi

La vita moderna è più veloce, più rumorosa, più frammentata. Ci muoviamo rapidamente, ma raramente con il nostro corpo.

Il trekking ristabilisce proporzioni.

Ci ricorda che il paesaggio non è uno sfondo, ma un sistema vivente. Che lo sforzo può essere costante, non affrettato. Che l’arrivo conta meno del percorso.

Nella mia esperienza, le persone non vengono a camminare solo per fare esercizio. Vengono perché hanno bisogno di spazio — spazio fisico, mentale, emotivo.

E in questo senso il trekking è tornato vicino alle sue origini.

Non più sopravvivenza.Non più lavoro.Ma qualcosa di essenziale.

Camminare ci riporta alla misura del territorio, al silenzio, alla realtà concreta dei passi.

Dalla mappa cartacea piegata nella tasca della giacca ai satelliti che orbitano sopra di noi, gli strumenti sono cambiati. I soccorsi sono migliorati. La scienza ha dato un nome ai benefici.

Ma il gesto rimane semplice:

Un passo.Poi un altro.

E, da qualche parte lungo il sentiero, capiamo che il trekking non è cambiato.

Siamo cambiati noi.

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