Big Bench in Monferrato: non una foto da collezionare, ma un invito a scoprire il territorio
- Simona Gotta

- 14 ago
- Tempo di lettura: 5 min
Una panchina gigante può davvero far conoscere un territorio?
di Simona Gotta - Guida Monfreedom Quando le prime Big Bench hanno cominciato ad apparire sulle colline piemontesi, probabilmente nessuno immaginava fino a che punto sarebbero diventate un fenomeno turistico. Oggi ci sono persone che programmano interi weekend seguendo la loro mappa, acquistano il passaporto ufficiale, raccolgono i timbri e cercano una panchina dopo l’altra.
Ma c’è un aspetto che, da guida escursionistica, trovo ancora più interessante: la Big Bench può essere una destinazione, ma soprattutto può diventare un pretesto per mettersi in cammino.
Ed è proprio così che mi piace inserirla nelle escursioni in Monferrato.
Non come un oggetto da raggiungere in automobile, fotografare in cinque minuti e abbandonare per correre alla successiva, ma come una meta che acquista significato attraverso il percorso che ci porta fin lassù.
Perché il bello, quasi sempre, comincia molto prima della panchina.
Tutto nasce in Piemonte da un cambio di prospettiva
La prima Big Bench ufficiale nasce nel 2010 a Clavesana, nelle Langhe, dall’idea del designer americano Chris Bangle, che aveva scelto proprio il Piemonte come luogo in cui vivere e lavorare.
L’intuizione è semplicissima: prendere un oggetto quotidiano come una normale panchina e aumentarne enormemente le dimensioni.
Ma il vero progetto non è la panchina.
È ciò che accade quando ci sediamo sopra.
Le gambe non toccano terra, il nostro corpo improvvisamente sembra piccolo e, per qualche minuto, torniamo ad avere la prospettiva di un bambino. Davanti, però, non c’è un parco giochi: ci sono colline, vigneti, boschi, montagne, campanili e paesi.
È un piccolo cambio di scala che modifica il modo in cui osserviamo ciò che ci circonda.
Non a caso, alla base del Big Bench Community Project c’è proprio l’idea di ritornare bambini riscoprendo il paesaggio.
Dalla prima installazione il progetto è cresciuto enormemente. Nell’estate 2026 la Fondazione Big Bench Community Project conta ormai oltre 470 panchine ufficiali, distribuite non soltanto in Piemonte ma in numerose reg
ioni italiane e anche all’estero.
Eppure il legame con queste colline rimane fortissimo.
Perché le Big Bench funzionano così bene in Monferrato
Il Monferrato sembra quasi costruito per ospitarle.
Qui il paesaggio non si presenta attraverso grandi pareti montuose o scenari spettacolari che si impongono immediatamente allo sguardo. È un territorio più sottile, fatto di successioni di colline, crinali, vigneti, piccoli boschi e paesi che emergono uno dopo l’altro all’orizzonte.
Bisogna fermarsi.
Guardare.
Imparare a riconoscere ciò che abbiamo davanti.
Da una posizione panoramica possiamo leggere l’orientamento dei vigneti, individuare un castello sul crinale opposto, riconoscere la pianura del Tanaro e, nelle giornate limpide, vedere comparire lontanissimo l’arco alpino.
Una Big Bench posizionata bene fa esattamente questo: ci costringe a fermarci.
Ed è forse questo il suo valore più interessante in un’epoca in cui anche il turismo rischia di trasformarsi in una sequenza rapidissima di luoghi da fotografare.
La vera esperienza comincia quando lasciamo l’auto
Qui però nasce anche una piccola contraddizione.
Le Big Bench sono diventate così popolari che qualcuno le cerca quasi come fossero figurine da collezionare: parcheggio, fotografia, timbro, automobile e via verso la successiva.
È certamente un modo di viverle, ma secondo me significa perdere buona parte dell’esperienza.
Lo stesso Big Bench Community Project privilegia per le nuove installazioni luoghi panoramici, liberamente accessibili e integrati nel paesaggio. Non è necessario poter arrivare direttamente alla panchina in automobile: anzi, una breve passeggiata per raggiungerla è perfettamente coerente con la filosofia originaria del progetto.
Ed è esattamente quello che cerchiamo di fare nelle nostre escursioni.
La panchina diventa il punto verso cui camminare, ma lungo la strada possono esserci un vigneto, una chiesetta campestre, un bosco, una cappella, una cascina, un borgo oppure semplicemente una cresta panoramica da cui fermarsi a osservare.
Quando finalmente si arriva alla Big Bench, quella fotografia racconta già una storia.
Non dice soltanto: “Sono stato qui”.
Dice: “Sono arrivato fin qui camminando.”
Dal rosa del Brachetto al lilla della lavanda delle colline: ogni panchina racconta un luogo

Nel Monferrato ne incontriamo molte e alcune sono ormai diventate parte naturale dei nostri itinerari.
Ad Alice Bel Colle, per esempio, la panchina rosa si inserisce perfettamente in un territorio che parla di Brachetto, vigneti e grandi aperture panoramiche.
Tra Lu e Cuccaro Monferrato, invece, raggiungere la Big Bench lilla significa attraversare un paesaggio collinare che cambia continuamente mentre si cammina.
A Casasco, nell’Alessandrino, la grande panchina rossa e blu offre un altro punto di osservazione sul territorio.
E ancora, andando verso il territorio di Bosio, una Big Bench può diventare una tappa all’interno di un’escursione molto più ampia, collegando il piacere della fotografia alla scoperta di un paesaggio che già comincia a guardare verso l’Appennino.
Ed è proprio questa diversità che mi interessa.
Non amo pensare alle Big Bench come a oggetti identici disseminati sulla carta geografica. Mi interessa ciò che cambia intorno a loro.
Il colore può attirare l’attenzione, ma il protagonista deve rimanere il territorio.
Sedersi significa anche imparare a guardare
Durante un’escursione capita spesso che, arrivati davanti a un panorama, qualcuno dica semplicemente: “Che bello”.
Ed è giusto.
Ma una guida può aggiungere un secondo livello.
Può spiegare perché proprio su quella collina nasce un vigneto, quale paese si vede in lontananza, perché una chiesa è isolata tra i campi, dove correva un’antica strada oppure perché improvvisamente il terreno cambia colore.
A quel punto il panorama non è più soltanto bello.
Diventa leggibile.
Per questo mi piace utilizzare anche la sosta alla Big Bench come un piccolo punto di osservazione privilegiato. Si sale, ci si sistema — operazione a volte meno elegante di quanto vorremmo ammettere — si ride, si fanno inevitabilmente le fotografie e poi, finalmente, ci si guarda intorno.
Quello è il momento interessante.
Perché la panchina gigante ha già compiuto il suo lavoro: ci ha fermati.
Anche il passaporto può diventare un invito al viaggio lento
Intorno alle Big Bench è nato anche il sistema dei passaporti e dei timbri, che ha contribuito enormemente alla loro popolarità.
Ogni nuova panchina può infatti portare le persone a entrare in un bar, una bottega, un’attività commerciale o un punto di informazione del paese per ottenere il timbro.
E qui il progetto mostra un’altra delle sue idee originarie: creare un movimento turistico capace di generare ricadute anche sulle piccole economie locali.
Il Big Bench Community Project nasce infatti come iniziativa no profit legata non soltanto alla diffusione delle panchine, ma anche alla valorizzazione delle comunità, dell’artigianato e delle attività presenti nei territori che le ospitano.
Il timbro, quindi, può sembrare un dettaglio giocoso. In realtà spesso porta il visitatore dentro un paese che forse avrebbe semplicemente attraversato.
E magari, dopo il timbro, arriva un caffè.
Poi qualcuno compra una bottiglia.
Qualcun altro scopre un ristorante.
Un altro ancora vede un cartello che indica una piccola chiesa, un museo o un Infernot.
E la Big Bench ha nuovamente svolto il suo compito.
Il rischio? Guardare la panchina e dimenticare il paesaggio
Il successo porta inevitabilmente anche qualche eccesso.
Quando un luogo diventa molto fotografato, può accadere che l’oggetto finisca per essere più importante di ciò che dovrebbe farci osservare.
Per me sarebbe un peccato arrivare su una collina del Monferrato e vedere soltanto una panchina colorata.
Dietro quella struttura ci sono milioni di anni di storia geologica, secoli di agricoltura, vitigni adattati a quelle esposizioni, borghi costruiti sui crinali, castelli, pievi, cappelle, strade bianche e famiglie che hanno modellato quel paesaggio generazione dopo generazione.
La Big Bench dovrebbe essere una cornice.
Il quadro è il Monferrato.
Forse è proprio questo il modo migliore per collezionarle
Non contando quante ne abbiamo raggiunte.
Ma ricordando come ci siamo arrivati.
Una all’alba, una dopo una lunga salita, una tra i vigneti, una durante un’escursione serale, una con il Monviso che compare improvvisamente all’orizzonte, una dopo aver attraversato un paese che non conoscevamo nemmeno.
A quel punto la fotografia assume un altro valore.
Perché non abbiamo semplicemente trovato una Big Bench.
Abbiamo scoperto un pezzo di Piemonte.
Ed è questo il modo in cui, nelle escursioni Monfreedom, preferiamo viverle: la panchina gigante come destinazione giocosa, il cammino come esperienza e il Monferrato come vero protagonista.



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